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Totti: “Salah era perfetto per il mio gioco. Con Cassano ci siamo divertiti, in campo facevamo tutto”

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AS ROMA NEWS TOTTI – Francesco Totti e stato ospite la settimana scorsa al meet & greet organizzato all’Iliad Store di via Cola di Rienzo, rilasciando un’intervista a Cronache di Spogliatoio. Queste le sue parole:

Giannini è il suo idolo?
“Sono cresciuto con l’idolo in casa, Giuseppe Giannini. Lo vedevo come un principe. Ho cercato di rubargli un po’ di cose: i movimenti, come giocava, quello che faceva durante il giorno. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, l’ho frequentato durante gli allenamenti. Persona straordinaria, mi ha cresciuto e mi ha dato tanti consigli. La prima volta è stata un sogno: ci dormii insieme al ritiro. Non dormivo, avevo un occhio aperto e uno chiuso. Lo guardavo, per me era veramente qualcosa che non pensavo potesse mai succedere”.

Come era Totti bambino, quale è stata la prima partita della Roma che ha visto?
“La prima partita della Roma che ho visto era un Roma-Napoli, di sabato alle 14. Stavano facendo lo stadio nuovo. Fece gol Voeller al 90esimo, di testa. Non vorrei fare figuracce”.

Quale era la giornata tipo da piccolo?
“Quando ero bambino non pensavo tantissimo alla Roma, aspettavo la domenica. Rispetto ad ora, c’era solo 90esimo minuto. Potevi sentire solamente le radio, avevi quella mezz’ora per guardare tutti i gol di Serie A. Pur essendo un grande tifoso della Roma, non la vivevi con tanta passione. La vivevi da innamorato, ma eri ancora piccolo. L’ho cominciata a vivere quando andavo in curva, a 13-14 anni, con mio fratello e mio cugino. Lì realmente vivevi un po’ la partita. Prima si giocava alle 14, uscivamo con i panini dalla frittata fatti a casa da mamma. Uscivi alle 9-10 di mattina, andavi lì e giocavi a carte, parlavi con tutti. Era come un pic-nic, c’era divertimento e facevi amicizia. Ero piccolo, ma mi divertivo su tutto. Poi c’era la partita, che speravi andasse nel migliore dei modi”.

Sulla foto della Tribuna Tevere con lo striscione ‘Grazie Capitano’. Ricorda il momento quando è diventato capitano?
“La foto era la partita dei 300 gol. Dopo Bergamo Aldair mi ha consegnato la fascia, disse alla squadra che era giusto che io diventassi capitano della Roma perché avevo un futuro davanti a me. Lui ci credeva tantissimo. Lì per lì l’ho presa con tranquillità e superficialità, non mi rendevo conto di quello che mi stesse accadendo. Da quella domenica in poi ho avuto un peso sulle spalle che nessuno può immaginare. Oltre a essere romano e romanista, ero capitano della Roma e numero 10 e avevo qualcosa di diverso dagli altri giocatori. Per questo la domenica la gente si aspettava sempre qualcosa in più. Conoscendo i romani e la piazza, crescendo, sono riuscito a mettere un po’ di ovatta intorno alla squadra e ai giocatori. Non ho comunicato a casa di essere diventato capitano, l’ha fatto la stampa. Anche perché non pensavo fosse per sempre, ma al momento”.

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Ci sono state delle volte in cui, da capitano, ha dovuto alzare la voce?
“Non sono quel capitano che insulta i giocatori in squadra o li attacca al muro. Sono un ragazzo buono, semplice, non ho quel carattere. Anche se c’era qualche giocatore che mi stava antipatico, ci passavo sopra. Essendo il capitano e il fulcro di tutto, cercavo di gestire tutta la situazione e anche quei ragazzi che non si comportavano bene. Poi in campo cercavo di dare qualcosa in più. Ho sempre pensato che non c’è bisogno di alzare la voce. A volte mi è capitato, ci sono state delle litigate negli spogliatoi. Una volta in Champions litigai con un giocatore a fine primo tempo. Forse era Burdisso. C’erano lui e il fratello che giocavano insieme. Dopo mezz’ora, però, già mi dispiaceva di quello che era successo. Sono uno molto quieto, tranquillo, ma se mi attacchi ti attacco anche io”.

Pizarro ha raccontato che suo papà portava da mangiare per tutti.
“Mio padre era amato da tutti, arrivava alle 9 e cominciava a portare le tielle di pizza con la mortadella, rossa, ripiene, con la porchetta. O al bar o dentro la sala dei fisioterapisti. Noi per andare al campo passavamo tutti di là, quindi la maggior parte dei giocatori prima di scendere in campo per gli allenamenti mangiavano 1-2 pezzi di pizza. Ogni giorno aspettavano mio padre che arrivasse a Trigoria. Anche gli usceri di Trigoria erano innamorati di mio padre. Lui era un buono, lo soprannominavano ‘lo sceriffo’”.

Le è capitato di tornare a Trigoria, quando accompagnava suo figlio?
“Ora Cristian ha cambiato squadra, ma ogni volta che lo portavo a Trigoria ad allenarsi lo lasciavo lì davanti e andavo via. O aspettavo al terzo cancello, fuori, come tutti i genitori degli altri ragazzi. Non sono più entrato, da quel giorno”.

Su Nesta.
“E’ un altro pezzo di Roma, cugino diciamo. Nel periodo calcistico non ci siamo mai frequentati, anche perché non era rispettoso nei confronti delle tifoserie. Prima erano altri tempi, non come ora che farebbe effetto ma nessuno gli direbbe niente. Noi eravamo i due capitani e le due bandiere, non era proprio ben visto. Alla fine non avremmo fatto niente di male. Roma è bella anche per questo. Abbiamo trascorso tutte le trafile dal settore giovanile alla Nazionale, abbiamo vinto un Mondiale insieme. Lo reputo uno dei giocatori più forti al mondo in quel ruolo”.

Quale è la prima azione di Totti al derby?
“Quando sono entrato da giovane, mi fece entrare Mazzone. Presi il rigore con Paolo Negro. Mazzone mi aveva detto ‘entra e divertiti’. Ero giovane, non avevo tanti pensieri. Man mano che andavo avanti erano derby pesanti, che non volevi mai perdere. Anche lo sfottò era pesante. I derby erano belli anche fuori dal campo, non solo in campo. Prima si parlava di quella partita già da 2-3 mesi prima, tanti tifosi preferivano vincere i due derby invece che lo Scudetto. Io preferivo lo Scudetto”.

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Il suo più grande rivale da calciatore?
“Per me non ci sono avversari, rivali. Fondamentalmente ci conoscevamo tutti, chi più e chi meno. In quei 90 minuti odiavi anche Nesta, ma al triplice fischio tornavi ai vecchi tempi. Personalmente la parola ‘rivale’ non mi è mai piaciuta. Ai tempi miei c’erano signor giocatori, in tutte le squadre”.

Il difensore che l’ha messo più in difficoltà?
“Non c’è uno in particolare, ma c’erano certi cani… uno ti alvaza e uno ti rinviava. Prima prendevo delle belle stecche”.

Sul rigore contro l’Australia ai Mondiali 2006.
“Non dico che ci ha consacrato, ma è quel calcio di rigore che dopo aver segnato abbiamo detto ‘arriviamo fino alla fine’. E’ stata una partita un po’ particolare, eravamo rimasti in 10 per l’espulsione di Materazzi. Se fossimo andati ai supplementari non so come sarebbe andata, l’Australia era una squadra compatta e con bei giocatori. Quel pallone era un macigno, dopo aver segnato abbiamo capito che potessimo vincere il Mondiale. Ricordo di aver fatto 70 metri infiniti per arrivare al dischetto. Ho pensato ‘mo gli faccio il cucchiaio’. Poi mi son detto ‘lascia perdere’. Parlavo tra me e me, come fossi un matto: cercavo delle risposte che non riuscivo a darmi. Il portiere era bello grosso, prendeva quasi tutta la porta. Ho detto ‘lo tiro come al solito, forte e in alto, come va va’. E’ andata benissimo”.

Aveva fatto di tutto per andare a quel Mondiale.
“Per me è stato un Mondiale ad alto rischio, 3-4 mesi prima avevo avuto un bruttissimo infortunio alla caviglia e c’era una grande possibilità di non poterlo giocare. Con forza, determinazione, voglia e lo stimolo di mister e compagni mi ci sono messo e ho spinto sull’acceleratore per poter essere tra i 23”.

Come avrebbe tirato il rigore contro la Francia?
“Uguale a quello contro l’Australia. Da un lato ero contento di non tirarlo, ogni tanto qualche responsabilità te la tieni. Se fossi stato in campo avrei tirato e così, sicuramente. Avevamo fatto la semifinale con la Germania con i tempi supplementari, giocati tutti: è stata tosta. Di fronte in finale avevamo la Francia, i principali vincitori. Era una bella lotta, anche noi eravamo una grande squadra. Era una finale giusta, infatti è andata ai rigori”.

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Mister Lippi lo sente ancora?
“Sì, lo sentiamo e ogni tanto organizziamo qualche cena con tutta la squadra. Ci ritroviamo, sono quelle cose che non potrai mai dimenticare. Siamo uniti per sempre, abbiamo ancora la chat di squadra. Non conviene entrarci. Scrive chi non ha niente da fare, ma fanno quasi tutti gli allenatori quindi qualcuno stuzzica. E’ divertente. Ci siamo tutti, tranne il mister”.

Sul pallonetto da record contro il Manchester City in Champions League.
“Quando ho segnato neanche sembravo io, ho fatto uno scatto di 30-40 metri. Sembrava avessi 20 anni, invece ne avevo 38. Oltre a essere bello, è stato difficile. E’ stata bella anche l’azione, come è nata: con tre tocchi siamo arrivati in area. Io che andavo in profondità non era mai successo, di solito ero io a mandare in profondità. In quel periodo stavo bene fisicamente. In questa partita ancora non avevamo mai perso, sia in campionato sia in Champions League, e abbiamo allungato la striscia. Contro il City, c’erano grandi giocatori. Anche la nostra era una gran bella squadra”.

Da punta i suoi numeri sono esplosi: ha mai pensato che se avesse fatto prima quel cambio avrebbe fatto una carriera superiore.
“Con i se e con i ma siamo tutti molto più bravi. Inizialmente mi piaceva più fare assist che gol, poi andando avanti ho capito che oltre agli assist i gol erano leggermente più importanti. Da trequartista, però, il mio ruolo era più quello di mettere in condizione gli attaccanti di fare gol. Per casualità, poi, mister Spalletti mi ha messo falso nueve, perché a Genova contro la Sampdoria non avevamo attaccanti. Ho fatto gol e da lì in avanti non ha cambiato più modulo”.

In che cosa è stato diverso nelle tre epoche in cui ha giocato?
“In questi 25 anni di carriera non è mai semplice mantenersi e stare sugli stessi livelli, ma man mano che andavo avanti prendevo più forza e fiducia. Credevo tanto in me stesso, così riesci a dare e diventare qualcosa di diverso dagli altri. La convinzione, la voglia e la determinazione hanno fatto la differenza. Da capitano, poi, dovevi dare sempre qualcosa in più, la gente si aspettava tanto da me. Andando avanti mi divertivo ancora di più, per questo ho detto ‘mi dispiace lasciare, ancora mi diverto’”.

I due attaccanti più forti con cui ha giocato?
“Cassano, che non era una prima punta, anche se con Capello giocavamo entrambi insieme e facevamo quello che volevamo. Come prima punta, ma neanche, Salah. Era quel giocatore che per me, per come giocavo io, era perfetto. Non ci siamo gustati più di tanto, io ero alla fine della carriera e lui stava esplodendo anno dopo anno. Se ci fossimo incontrati a metà strada… era un giocatore perfetto per me, andava sempre in profondità. Certo, segnava solo lui: io non lo riprendevo a correre”.

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Sul murale-santino.
“Non giro tanto a Roma, non lo avevo mai visto. Mi riconosco sempre. L’affetto della gente di gratifica, dall’altro lato non è bellissimo perché nella vita privata non hai la possibilità di fare niente. La cosa più strana che mi è successa? Tante. La gente si ferma e mi bacia le scarpe, i piedi: una cosa da pazzi. Io non lo farei mai, può essere che sono anche sporche. Mi è capitato più di una volta. Anche in carcere, quell’aneddoto: dovevamo andare a trovare i detenuti sia a Regina Coeli sia a San Basilio, c’era un ragazzo che una settimana prima doveva uscire ma ha saputo che noi della Roma saremmo andati lì a salutarli e a portargli qualche dono. E’ andato in segreteria e ha chiesto di rimanere una settimana in più per conoscere me. Non pensavo fosse vero, poi il direttore me lo ha detto. Aveva detto che se lo avessero fatto uscire, il giorno seguente sarebbe tornato”.

Ha mai pensato che tutto questo era troppo e sarebbe dovuto andare via?
“Via dove? Un’altra città? Alcune volte mi viene da pensarlo, ma non posso mai lasciare questa città. Ormai mi identifico nella città, ci sono cresciuto e morirò qui, come è giusto che sia. Totti è Roma grazie ai tifosi, che mi fanno sentire importante”.

Sull’addio al calcio e sull’Olimpico in lacrime.
“Non ho mai visto Francesco piangere tutti quei giorni, nessuno mi ha visto, pensando a questo giorno. Prima, durante, dopo. Non è finita lì. Alcune volte dovevo un po’ fingere. E’ stato un giorno da una parte bellissimo, che penso ogni giocatore voglia vivere: tu con 80-100mila persone che stanno lì per te e piangono per te, applaudono per tutte le cose che hai fatto. Allo stesso tempo, però, era un punto, la fine di tutto. Lì per lì pensavo non potesse succedere, speravo che quel giorno non arrivasse mai. Per tutte le cose c’è un inizio e una fine, ma è stata una giornata difficile da descrivere. Fare il giro di campo e vedere tutti piangere… ero contento, ma amareggiato perché già dal giorno dopo non sarebbe più successo. Per me il rettangolo verde è stato il mio pane quotidiano, il mio divertimento e la mia passione. Quello che ero e sentivo io lo trasmettevo nel prato verde, per far contenta la gente. Mi esprimevo in campo, per me era la cosa più facile e significativa. Era il campo a dare risposte, non le chiacchiere. Ogni tanto mi torna un po’ di paura, noi calciatori siamo abituati a essere abitudinari e ad avere tutto programmato. Staccandoti dal ‘cordone ombelicale’ devi vivere, non sapevo che cosa volessi fare dopo. Non era una cosa voluta, è arrivato all’improvviso e per me è stata una bastonata pesantissima. Ma era anche giusto che arrivasse. L’avrei vissuta diversamente, l’avrei ammorbidito. Non mi aspettavo una cosa del genere, soprattutto il modo è stato inaspettato. Inizialmente mi hanno detto una cosa, poi è stato il contrario. Ma non ne voglio parlare, non voglio vivere di rimpianti o rimorsi. Per me è stata una giornata indimenticabile, non avrebbe avuto senso fare una partita d’addio”.

Sembrava potesse tornare a giocare.
“C’è stato un incontro con alcune persone dell’ambito calcistico, ho giocato con questo giocatore e scherzosamente mi ha chiesto ‘perché non ci vieni a dare una mano?. Se ti allenassi 3-4 mesi, potresti fare questa pazzia’. Mi ha fatto scattare qualcosa, ho ricominciato ad allenarmi e fondamentalmente mi sentivo bene. Il fisico reagiva davvero come se avessi avuto 30-33 anni. Ci ho parlato, gli ho detto che non stavo male ma mi sarebbe servito un altro mesetto buono. ‘Io ti aspetto, fammi sapere così facciamo un incontro con chi di dovere’, è stata la risposta. Poi mi sono fermato e ho detto ‘Non sono andato in altre squadre quando potevo, ora ricominciare dopo 7 anni per fare 6 mesi in un’altra squadra non mi sembra corretto’. Ritrovare quello che abbiamo fatto in pochi, rimanere con un’unica maglia, penso non ci riescano altri giocatori. Ho pensato, ho chiesto consigli a 2-3 persone, e ho deciso di continuare a mantenere quel rispetto. Sarebbe stata una cosa diversa, impensabile. Per quello che c’è in giro adesso, figuracce non ne avrei fatte. Avrei anche potuto aiutare i giovani. Non dico la squadra per rispetto dell’allenatore e del club. Certo, se dovesse chiamare la Roma ci penserei (ride, ndr)”.

FOTO: Credits by Shutterstock.com

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